Baku, la città dei venti che guarda al futuro con la storia dell’Azerbaigian nel cuore
di Elena Panarella e Rossella Fabiani
«Vogliamo essere la Dubai dell’Eurasia». Così il direttore del nuovo porto di Baku, Taleh Ziyadov, presenta la free zone ad Alat dove si trova il neonato porto transcaucasico. E quella del porto è soltanto una delle tante nuove realtà della capitale azerbaigiana che dal 1991, anno dell’indipendenza dall’Urss, ha fatto passi da gigante: da paese povero, dove l’elettricità c’era soltanto tre ore al giorno, che si è battuto per la sua indipendenza e stremato dalla tragedia del conflitto del Nagorno Karabakh, a un pil medio pro capite pari a quello europeo, come ha ricordato il direttore del dipartimento di politica estera dell’amministrazione presidenziale dell’Azerbaigian, Hikmat Hajiyev, che abbiamo incontrato a Baku. «Nel 1991 – dice – eravamo uno Stato fallito, più della metà della popolazione viveva in povertà, poi abbiamo avuto la guerra del Nagorno Karabakh per cui ancora non si trova una soluzione. Oggi, 25 anni dopo, per pil pro capite l’Azerbaigian è a livello di Paesi europei di medio reddito pro capite, per ogni settore abbiamo un approccio strategico. Solo 25 anni fa nessuno avrebbe mai creduto che noi avremmo esportato gas all’Europa, perché all’epoca avevamo l’elettricità solo poche ore al giorno». Più che giudicare e basta «Bisogna sapere guardare in prospettiva e comparare». 
 
 


Anche per quanto riguarda la democrazia nel Paese, Hajiyev ci tiene a sottolineare che «l’Azerbaigian ha avviato un percorso democratico meno di trent’anni fa» e che la democrazia è un processo: «Dateci tempo, siamo in cammino». E tempo e rispetto per la diversità geografica, storica e religiosa è quello che chiede anche il deputato Ali Huseynli, presidente della commissione Giustizia del parlamento. «Tutti i popoli sono diversi. Ci sono popoli orientali come quelli del Giappone o della Corea del Sud che, per quanto riguarda la democrazia, non corrispondono certo a criteri europei, ma non per questo si possono definire democrazie inferiori. Io penso che ci si debba accettare l’un l’altro così come siamo». Un Paese che ha una lunga storia con tradizioni antiche che vengono valorizzate, come accade nel Museo del tappeto - realizzato a forma esso stesso di un enorme tappeto arrotolato – che è il più ricco del mondo con i suoi 11mila reperti (tappeti, costumi tradizionali, gioielli e manufatti antichi) e dove si tramanda la millenaria arte della realizzazione di questi pregiati manufatti. Un viaggio nella storia del Paese è anche la visita alla Villa Petrolea, la dimora della famiglia Nobel a Baku, o al Museo storico nazionale nell’antica residenza del magnate del petrolio e filantropo, Haji Zeynalabdin Taghiyev, dove incontro la piccola Soraya, tre anni, bisnipote di Taghiyev, che ha il nome di una delle figlie del mecenate. E’ venuta a visitare quella che una volta era la casa di suo nonno, l’accompagna una signora molto simpatica, Tunzala Gahraman che, mi racconta, è stata la prima donna a cantare jazz a Baku. E’ il più grande museo dell’Azerbaigian, aperto al pubblico nel 1921 dove sono esposti reperti dall’epoca preistorica, con le incisioni rupestri del Gobustan, passando per il medioevo, l’Albania caucasica con le sue chiese, la via della seta e l’epoca safavide, la numismatica, i tappeti del Karabakh e l’artigianato fino alla tragedia testimoniata nelle foto scattate dall’unico fotografo che ha documentato la guerra del Nagorno Karabakh e che ha perso anche lui la vita nel conflitto. 

Una terra antica quella dell’Azerbaigian che rivive anche nella città vecchia di Baku, patrimonio Unesco, dove la fortezza, il Palazzo degli Shirvanshash, la tomba di Seyyid Yaxya Bakuvi, un mistico sufi dell’ordine della Khalwatiyya – unico ad essere sepolto dentro le mura del palazzo – i caravanserragli, i resti della chiesa di San Bartolomeo e la torre della Vergine – prima torre zoroastriana, poi osservatorio astronomico e infine torre di difesa contro i nemici – fanno rivivere le diverse epoche di questa Montecarlo del Caucaso come in un set cinematografico. La città conserva anche la casa, meta di pellegrinaggio, di Mir Mavsum Aga (1853-1959), venerato da tutti gli azerbaigiani. Anche dallo stesso presidente, Ilham Aliyev, e da sua moglie, Mehriban Aliyeva. Ma non solo passato. Il Paese guarda anche al suo futuro in chiave di sviluppo. E tutta Baku parla di modernità ed efficienza. Per questo punta molto anche sull’educazione. Come fa con l’Ada (l’Azerbaigian diplomatic academy), nata come accademia nel 2006 e divenuta università nel 2013, che forma i futuri diplomatici. “In pochi anni il numero delle ambasciate dell’Azerbaigian è passato da 20 a 80 e per questo è stato necessario fondare questa scuola che preparasse la futura classe diplomatica azerbaigiana” ci dice Fariz Ismailadze il vice rettore dell’università visitata anche dal presidente Mattarella a luglio dello scorso anno. «Oggi l’Ada collabora con 45 università straniere, tra cui quelle italiane di Bologna, Trento, Udine, Roma La Sapienza e con l’Istituto universitario europeo di Firenze». Una formazione internazionale a cui punta anche il dipartimento di traduzione e linguistica dell’Università di Lingue dove, nel 2001, è stato creato un centro per l’insegnamento della lingua italiana. All’inizio gli studenti di italiano erano solamente otto, mentre oggi sono 54 gli iscritti e 88 i laureati. Di recente è stato siglato un memorandum d’intesa con l’università L’Orientale di Napoli, per avviare anche il primo corso di lingua azerbaigiana in Italia.

E uno sviluppo che «guarda al futuro delle prossime generazioni nell’ottica dell’inclusività» è anche il nostro scopo dice Israfil Mammadov, vice direttore esecutivo di Sofaz, il fondo statale per il petrolio dell’Azerbaigian che quest’anno celebra il ventennale. «Il nostro obiettivo per il 2019 è massimizzare i profitti riducendo al minimo le perdite, ma la nostra attività non riguarda soltanto il profitto: mira soprattutto a garantire la stabilità macroeconomica del Paese, a sostenere progetti nazionali per lo sviluppo e a investire sulle future generazioni. Dell’attuale portafoglio – che è stimato in 39,3 miliardi di dollari – una delle voci di spesa più consistenti riguarda il sostegno per i profughi del conflitto del Nagorno Karabakh per cui nel corso degli anni sono stati stanziati 2,4 miliardi di manat (circa 1,2 miliardi di dollari). Altre voci di spesa sono state il gasdotto Baku-Tiblisi-Ceyhan e la ferrovia Baku-Tiblisi-Kars. Inoltre sono state concesse diverse borse di studio per sostenere gli studenti che vogliono andare per un periodo all’estero. Abbiamo una grande responsabilità noi della Sofaz in quanto amministriamo il fondo incaricato di gestire tutti i proventi derivanti dal petrolio che appartengono al popolo azerbaigiano». Senso di responsabilità che ritorna anche nel tema scelto per la conferenza internazionale, con il coinvolgimento della Banca mondiale, in programma tra settembre e ottobre per celebrare il 20mo anniversario della fondazione, «L’impatto sul sociale degli investimenti responsabili».

Nessuno può negare che questo giovane Stato del Caucaso ha fatto passi da gigante dal momento della sua Indipendenza nel 1991 e che Baku è in piena espansione con un’architettura contemporanea che si inserisce nel panorama urbano tra la vecchia città islamica, gli edifici in stile europeo del primo boom petrolifero d’inizio Novecento e quelli del periodo sovietico fino alle nuove architetture della città tra cui le Flame Towers, il Museo del tappeto, l’Heydar Aliyev Center, capolavoro di Zaha Hadid, e la Socar Tower, l’edificio più alto della regione del Caucaso. Scenografico, poi, il boulevard della città che costeggia il Mar Caspio e dove, in estate, soffia il khazri, il vento nordorientale che rinfresca le notti di agosto. Ma se l’Azerbaigian, crogiuolo di culture sulla via della seta, èin rapido cambiamento, la sua gente non dimentica le tradizioni come l’eccellente te servito in piccoli bicchieri di vetro trasparente, il pane cotto nel forno tandir, la frutta in salamoia, deliziosa, servita intera anche nelle bevande che accompagnano i pasti, il riso imperiale servito insieme all’uvetta e alle albicocche. Un mix tra passato e futuro, tradizione e innovazione. «Siamo la prima Repubblica democratica nell’Oriente musulmano - ricorda la portavoce del ministero degli Affari esteri, Leyla Abdullayeva - dove le donne hanno avuto il diritto di voto già nel 1918 e poi, nonostante 70 anni di dominazione sovietica, siamo riusciti a mantenere le nostre tradizioni. Siamo un Paese che si caratterizza per il suo multiculturalismo dove vivono molte etnie e tutti i progetti di economia e di infrastrutture che sono in corso sono pensati per portare benessere alla regione. Anche l’Armenia ne potrebbe beneficiare se soltanto rispettasse la nostra integrità territoriale e ritirasse le sue truppe dal Nagorno Karabakh e dai 7 distretti circostanti». E dove la laicità e la Costituzione tutelano i cittadini sulla base della cittadinanza e non del credo religioso come accade in altri Paesi musulmani. In Azerbaigian convivono da sempre pacificamente musulmani, ebrei e cattolici. E con l’aplomb di un diplomatico inglese, il vice presidente della Socar, la compagnia petrolifera della Repubblica dell’Azerbaigian, Eishad Nassirov, non ha dubbi che il Paese farà nuovi passi avanti perché «quando ci poniamo un obiettivo, facciamo di tutto per raggiungerlo».
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