Femminicidi, giudici, Fnsi e avvocati, «basta raccontare di gelosia o raptus, occorre narrazione corretta»
di Franca Giansoldati
Magistrati, avvocati, giornalisti nella sede della Federazione Nazionale della Stampa, a Roma, riuniti per definire come dovrebbero essere trattati i casi di femminicidio, evitando negli articoli descrizioni dei fatti spesso fuorvianti, ricchi di particolari voyeuristici che non fanno altro che alimentare pregiudizi e stereotipi. In pratica servirebbe un cambiamento di rotta per tutelare le vittime e, come ha spiegato la giudice, Paola Di Nicola, persino per non influenzare indirettamente l'iter o la struttura delle sentenze. «A volte ci si chiede quanto gli stereotipi di genere incidano sulla mancata risposta giudiziaria: io vi assicuro che noi magistrati abbiamo una grande quantità di sentenze che includono pregiudizi e stereotipi». Incredibile ma vero.

Francesca D'Alessandro, avvocato che ha difeso le due ragazze americane nello stupro di Firenze, avvenuto nel 2017, dove erano imputati i carabinieri, è stata categorica, soprattutto in relazione al caso trattato. «Bisogna evitare l'automatismo di mettere le donne sul banco degli imputati, se sono le vittime. E' come colpirle due volte. Ci sono state testate che per difendere i carabinieri lo hanno fatto, indugiando su particolari relativi alla polizza antistupro, come se quelle due ragazze americane si fossero andate a cercare quello che purtroppo è accaduto. Si è cercato un salvataggio nei confronti degli imputati. Ricordo anche che una trasmissione tv ha indugiato sul bacio sulla guancia ripreso quella sera nella discoteca, come se significasse che c'era una complicità, quando poi è stato appurato che si è trattato di una violenza». Ora si attende l'appello.

Il secondo caso citato di una narrazione sbagliata è lo stupro di Viterbo. Dettagli porno soft su siti e giornali «piuttosto irrilevanti» ma usati per mettere in evidenza che forse non era violenza, era un rapporto consenziente. L'avvocato difensore della vittima, Franco Taurchini, spiega che i due aggressori, personaggi conosciuti negli ambienti dell'estrema destra, hanno goduto di complicità politiche «e poi è calato il silenzio». Al momento non c'è stato ancora nessun processo nonostante il reato sia di estrema gravità. La vittima non ricordava lo stupro, le avevano dato un forte pugno in testa, aveva lesioni sulle gambe e poi sui telefonini c'erano già prove sufficienti. Veniva ripresa mentre gli aggressori si vantavano, con rabbia.

Sul lavoro dei giornalisti il giudice Paola Di Nicola ha pochi dubbi sull'impatto che ha anche tra i magistrati. «Le vostre parole inquinano per certi versi il nostro lavoro, specie se vi è una rappresentazione di un certo tipo». Per esempio, insistere se le vittime prendono tranquillanti, quando il farmaco è di uso comune e di per sé non significa nulla, eppure in un contesto determinato finisce per avere una connotazione negativa sul giudizio della vittima. «Gli articoli vengono letti e inconsapevolmente incidono nelle prove di tutti, quelle che entrano nel processo. Praticamente stereotipi e pregiudizi che finiscono per sminuire le parole delle donne».

Magistrati e avvocati chiedono ai giornalisti di non parlare più di gelosia, di raptus, infermità mentale, lite famigliare da parte dell'aggressore, perché questo finisce per inquinare la rappresentazione. «Tra l'altro non è più tollerabile da un punto di vista giuridico. Purtroppo stiamo parlando di femminicidio, alla cui radice c'è un fenomeno culturale e certi termini utilizzati ce lo fanno rappresentano in modo soft. Eppure la gelosia nel codice penale non è nemmeno contemplata. 20 o 30 anni fa la Cassazione la utilizzava come attenuante. Oggi è una aggravante e rientra trai motivi abietti e futili. La gelosia come motivo di controllo e di possesso, che non consente la libertà da parte della vittima. Sono vent'anni che lo scrive la Cassazione. Eppure non solo ogni tanto fa capolino sulla stampa ma persino nelle sentenze come, per esempio, in quella di Bologna dove il giudice scrive che l'azione omicidiaria è stata cagionata da un atto di gelosia, una tempesta emotiva. Per fortuna quella sentenza è stata annullata dalla Cassazione». 
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