Il futuro dell'editoria e gli Stati generali
di Ruben Razzante*
Il futuro dell'editoria e gli stati generali
Si accendono i riflettori sugli Stati generali dell’editoria, convocati dal Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio con delega all’editoria, Vito Crimi. E’ una vittoria di quanti auspicavano un confronto polifonico tra tutti i soggetti impegnati nella filiera di produzione e distribuzione delle notizie.

L’iniziativa durerà alcuni mesi e servirà a mettere a fuoco le criticità del mondo dell’informazione e a individuare con spirito di concertazione le soluzioni per rilanciare il giornalismo tradizionale e on line.

Editori, giornalisti, inserzionisti pubblicitari ed erogatori di servizi di rassegne stampa e altri prodotti editoriali, anche digitali, si confronteranno con i decisori istituzionali per concertare interventi mirati a generare informazione di qualità e a premiare chi la produce e la diffonde.

Gli Stati generali potranno rivelarsi utili e costruttivi a patto che la platea dei soggetti coinvolti sia effettivamente rappresentativa del pluralismo editoriale. Forse sarebbe stato più opportuno che l’esecutivo attivasse una procedura aperta, all’insegna delle autocandidature, anziché stabilire a priori gli attori da coinvolgere come ospiti e come relatori. Visto e considerato che lo sbocco dichiarato delle assise sarà la predisposizione di proposte di legge per una riforma organica del settore, il governo avrebbe mostrato un approccio più inclusivo se avesse lasciato fin da subito il maggiore spazio possibile allo slancio proattivo di tutti gli stakeholder (portatori di interesse) in grado di contribuire al risultato finale. Ad esempio i colossi della Rete, che per anni si sono contraddistinti per voracità nello sfruttamento di contenuti informativi prodotti dagli editori, ora andrebbero maggiormente coinvolti in progetti basati su una più puntuale condivisione dei costi di produzione di quei contenuti. La disponibilità di alcuni giganti del web a collaborare a iniziative formative e di valorizzazione della professionalità giornalistica va incoraggiata e capitalizzata.

Nella road map degli Stati generali è prevista anche una consultazione pubblica, mirata a monitorare le aspettative dei cittadini-utenti rispetto all’industria di produzione e diffusione delle notizie. C’è da augurarsi che tale sondaggio non si riveli uno strumento di “populismo editoriale”, considerato che per rivitalizzare i diversi comparti dell’editoria non servono reazioni emotive o vaghe aspirazioni libertarie, ma soluzioni tecniche, nuovi modelli di business e una più nitida riconoscibilità, anche in Rete, di chi produce informazione professionalmente.

Ben venga, invece, un qualificato confronto corale di conoscenze, competenze ed esperienze sulle dinamiche del mercato editoriale, l’identità professionale di chi fa informazione, il ruolo delle tecnologie, i possibili sbocchi legislativi in tema di tutela dei diritti all’interno dell’ecosistema dell’informazione. Purchè nessuno anteponga interessi propagandistici e corporativi al nobile obiettivo di migliorare l’informazione come bene pubblico e fondamento imprescindibile di una democrazia matura.

*Docente di Diritto dell’informazione all’Università Cattolica
di Milano e alla Lumsa di Roma
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