Catania, la festa di Sant'Agata che protegge dal fuoco dell'Etna
di Stefano Ardito
Il fuoco e il fumo dell’Etna non fanno paura ai catanesi. E il merito è anche della Santa. “La febbre di Sant’Agata brucia come il fuoco e scorre nelle vene della città come la lava dell’Etna” scrive l’antropologo Marino Niola. “La sua resistenza alle torture ne ha fatto la signora del fuoco, la domatrice degli incendi, delle fiamme e delle eruzioni”.
 
 

Lo si vede ogni anno, nei primi giorni di febbraio. Il 4, ben prima dell’alba, uomini e donne di tutte le età raggiungono la Cattedrale, che apre le porte alle tre e mezzo. Quando il cielo inizia a schiarire inizia la Messa dell’Aurora. In piazza si sta come sardine, e dalla folla si alza un grido. “Semu tutti divoti, tutti? / cittatini, cittatini! / evviva sant'Àjta / cittatini!”.

Poi dalla chiesa esce la statua della Santa, tempestata di gemme e con la corona donata nel 1190 da Riccardo Cuor di Leone, re inglese tornato dalle Crociate. Dopo essere stata posata sul fèrcolo, un carro del 1518 che viene tirato a braccia, parte per una processione che tocca l’intera città, e dura più di ventiquattr’ore.

La Sicilia è uno straordinario teatro, e tra le sue rappresentazioni più belle sono i riti della fede. Catania è la città più “teatrale” dell’Isola, e pochi riti hanno la forza di quelli che la città ai piedi dell’Etna dedica alla sua patrona.

La Festa di Sant’Agata, ricordata dal 1040, ha un programma complicato. Si svolge dal 3 al 5 febbraio, ed è seguita da nuove processioni il 12 febbraio e il 17 agosto. La processione più bella parte il 4 febbraio dopo la Messa dell'Aurora. L’indomani, dopo il suo ritorno, si celebra la Messa del Pontificale.
Un altro momento speciale è la processione per l’Offerta della Cera. Vengono portati a spalla i “cerei” (o “cannalori”) delle corporazioni, che pesano tra i 4 e i 9 quintali. Tra i più suggestivi quelli dei “Rinoti” (gli abitanti di San Giuseppe la Rena), dei “Pisciari” (i pescivendoli), dei “Fruttaiola” (i fruttivendoli), dei “Chiancheri” (i macellai) e dei “Putiari”, cioè gli osti.

Si prega, si beve, si mangiano i dolci dedicati alla Santa, si celebra la propria appartenenza alla città. Alla fine, l’alleanza tra la gente di Catania e Agata è stata rinnovata per un altro anno.
 
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