Benvenuti in carcere: ad Amberg la fortezza-prigione convertita in albergo
di Alessandro Di Lellis
La porta di ferro si chiude, provocando in chi la guarda un certo batticuore. Nella stanza dal pavimento scuro, tutto è in cupo metallo: sgabello con parti imbullonate, armadietto di tipo militare, appendiabiti con uncini di ferro, persino i sanitari del bagno. Benvenuti alla Fronfeste, ex prigione, ora albergo nella civilissima cittadina bavarese di Amberg.
 
 

Non tragga in inganno la denominazione di Fronfeste, che alle orecchie italiane suona giocoso ma fa riferimento (nel tedesco del XVII secolo) al Furst, il principe, e alla Festung, fortezza. Amberg, poco più di 40 mila abitanti, a un’ora di treno da Norimberga, è una delle pochissime città scampate ai bombardamenti dell’ultima guerra. E’ poco conosciuta dagli stessi tedeschi ma è qui che deve venire chi vuole farsi un’idea di com’era la Germania nel Medioevo. Quando la cittadina divenne ricchissima grazie allo sfruttamento del ferro. Nella cinta muraria venne ricavata una fortezza, che in epoche più tarde, dal 1699, divenne prigione per omicidi, ladri, vagabondi e adulteri.

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Oggi, quando si suona al portone della Fronfeste (munito di spioncino), si viene accolti da un concierge in divisa da secondino. Percorrendo i corridoi ricoperti di severe tavolone di legno, ben pochi dubbi possono sorgere sul passato delle stanze a destra e a sinistra del camminamento, tutte protette da porte corazzate. Celle, ciascuna col suo bravo numero. Molte ancora con le sbarre alle finestre. E’ un gioco sul filo di un humor macabro: la chiave della porta è appesa a una catenella assicurata a una pallina di ferro («Può portarla anche fuori, non c’è problema. Pesa? Beh, può metterla al piede della signora…»). L’avviso di divieto di fumo è incollato a una manetta. Bottigliette d’acqua sono a disposizione nelle stanze, insieme a una allusiva razione di pane. Sul cartello che indica l’uscita, la scritta, anziché un banale “Ausgang” (uscita, appunto), contiene la parola “Freiheit”, libertà. Nell’albergo, tutto è pulito e funzionante (del resto, siamo o non siamo in Germania?). Ma se al mattino uno si fosse dimenticato di dove si trova, alzando gli occhi dalla tazza di caffè nota che il fiore dentro il bicchiere è circondato da una rete metallica. E sulla tovaglietta di carta è stampato un gioco in cui vince chi indovina per primo i nomi dei reati.

Non tutto però è a uso e consumo dei turisti. Sotto il piano stradale, si conservano ancora parti allo stato originario, come la famigerata cella numero 10, protetta da una cancellata sulla quale furono trovati saldati anelli per bloccare mani e piedi. Senza finestre, la 10 poteva essere oscurata, una forma di pressione sull’arrestato prevista dal codice penale bavarese (Codex Juris Bavarici Criminalis), che regolamentava l’uso delle torture e restò in vigore fino al 1813. L’oscuramento tuttavia non poteva durare più di 24 ore consecutive e poteva essere ripetuto soltanto dopo otto giorni. In aggiunta o in alternativa, poteva essere inflitto il trattamento a pane e acqua, da somministrare ogni tre giorni. Nell’edificio si praticava la tortura, abolita in Baviera soltanto agli inizi dell’Ottocento: compressione e frattura delle dita dentro morse speciali; tratti di corda (il prigioniero era appeso per le braccia, legate dietro la schiena: una pratica che provocava fuoriuscita dell’omero, soprattutto quando ai piedi si appendevano pesi); frustate, semplici o con il prigioniero legato su letti muniti di chiodi di legno. Il Codex, considerato uno strumento garantista all’epoca della sua emanazione (1751), regolava minuziosamente il limite massimo dei supplizi.

Qui si sono susseguite nei secoli le esecuzioni capitali, dal 1854 con la ghigliottina. L’ultima nel 1935, inflitta al 25enne omicida Ludwig W. ed eseguita dal boia Johann Baptist Reichhart. Tra queste mura sono passati anche antifascisti e prigionieri del terzo Reich, poi trasferiti in campi di concentramento. La Germania del dopoguerra ha abolito la pena di morte. La prigione è rimasta attiva fino agli anni ’50, poi è stata abbandonata e si è trasformata in deposito di materiale elettrico. Infine la conversione in albergo.

E’ lecito nutrire dubbi sul gioco delle allusioni nel quale i nuovi proprietari della Fronfeste, un gruppo privato, trascinano gli ospiti dell’hotel. Ai quali, in ogni caso, viene offerta anche una seria e documentata ricostruzione storica. L’utilizzo commerciale, discutibile quanto si vuole, ha comunque consentito di salvare dalla rovina l’antica fortezza, testimone di tempi crudeli non soltanto in Germania ma in tutta Europa.
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Germania, la Fronfeste di Amberg: fortezza-prigione convertita in albergo
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