Manuale per l’uso/Noi e la Cina, differenze e attrazione tra due imperi
di Franco Cardini
Manuale per l’uso/Noi e la Cina, differenze e attrazione tra due imperi
Siamo davvero a una svolta storica di portata epocale? Da circa due millenni in diversi idiomi, a cominciare naturalmente dal latino, siamo abituati a pronunziare la parola che in italiano suona “impero” con il significato – che può assumere valori semantici ora positivi, ora negativi – di potere esteso su genti e culture di differente origine e qualità e vòlto a farle vivere in armonia, sottoponendole a una sola legge generale ma con attenzione a salvaguardarne quanto più possibile autonomia e caratteristiche identitarie. 

Ciò differenzia l’idea di impero dal concetto di Stato assoluto e centralizzato. In esso primeggia un linguaggio egemone, che si estende e si modifica sino a diventar patrimonio comune (è la koinè diàlektos dell’impero alessandrino, consapevole erede del quale è quello romano), mentre i cittadini di tutte le potenze che se ne riconoscono subalterne partecipano ad esso mantenendo peraltro il proprio. 

Modello precipuo di questa compagine etico-politico-militare, che negli antichi imperi è altresì religiosa, è l’impero romano con le tre formazioni interstatali e multietniche che a differente titolo si sono riconosciute come sue legittime eredi. L’impero d’Oriente, poi “bizantino”, che ne è obiettivamente la prosecuzione fino al 1425.

Quindi l’impero russo dei Romanov, per diritto di eredità attraverso un sistema di nozze tra le famiglie degli zar e alcuni potentati locali. E poi l’impero romano-germanico, ambiguamente e unilateralmente “rifondato” ai primi dell’Ottocento come «impero federale della nazione tedesca». All’impero romano si rifanno ancora, su un piano largamente autoreferenziale, i due imperi terrestri e marittimi (Behemoth e Laviathan, secondo la nomenclatura schmittiana) della “Monarchia di Spagna” e del “Regno Unito” creatosi attorno all’Inghilterra e anima del quale è stata l’organizzazione del Commonwealt (“bene comune”, letteralmente res publica). All’impero romano tornò a ispirarsi, nel primo XIX secolo, l’avventura bonapartista, variamente imitata da altri imperi “nazionali” e/o federali nell’Europa e nella stessa America di quel medesimo secolo.

Altre esperienze, fondate sulla base di un’ispirazione e di una provenienza differenti da quelle che si possono far risalire all’impero romano (al quale sono state accostate anche espressioni ad esso cronologicamente anteriori, come quella egizia), hanno a loro volta dato luogo alla possibilità di essere esse stesse ritenute “imperiali”: la persiana tra VI secolo a.C. e VII d.C.; quelle religioso-politiche scaturite dall’Islam ed espresse attraverso modelli sincretici diversi, quali quello indo-persiano-tartaro dell’India “moghul”; quelle cinese e giapponese e perfino quelle dell’America precolombiana, alle quali si sono riconosciuti i comuni caratteri del dominio su etnìe diverse e della dimensione sacrale del potere monarchico. 

Carattere originale comune a tutti gli imperi, comunque, è la riconosciuta capacità egemonica su popoli e tradizioni differenti: il latino Tu regere populos, Romane, memento. Ciò implica per qualunque impero una fase primaria fondata sulla conquista e sul coordinamento giuridico-politico-militare, seguita tuttavia non già da un’assimilazione dei vinti (il che sarebbe stata semmai caratteristica di alcuni moderni imperi coloniali e della dimensione, più che imperiale, “imperialistica”).

Questo connotato del “dominio”, intrinseco a qualunque esperienza imperiale, sembra tuttavia essere assente – salvo nell’arcaica fase della formazione, rapidamente obliterata dalla storia – negli imperi cinese e giapponese, incentrati senza dubbio sulla sacralità del sovrano e sulla rigida organizzazione gerarchica di nobili vassalli e di funzionari profondamente formati nell’etica filosofico-religiosa rispettivamente confuciana e shintoista e tesi salvo eccezionali e ristretti momenti non già all’energia centrifuga dell’espansione bensì a quella centripeta della tradizione, della fedeltà e della disciplina. Simboli delle due differenti concezioni imperiali potrebbero essere al riguardo due, in certo senso simili eppur contrapposti, sistemi confinari: quello romano che conosce la sacralità del finis (il “confine” sacro, il pomerium dell’Urbe) ma si disloca, lontano da esso, nella compresenza del limes e dei valla che possono avanzare o arretrare e che sono insomma un sistema integrato offensivo-difensivo; e quello cinese della Muraglia, inamovibile e invalicabile.

Fino dall’antichità i due grandi imperi separati dall’immenso spazio eurasiatico, il romano e il cinese, si sono “intuiti” e guardati alla lontana: i romani sapevano che dai favolosi seres proveniva la misteriosa e inquietante seta, vietata per ragioni etiche alle matrone; nei cinesi qua e là affiorava la curiosità per la lontana Roma sulla quale il Gran Khan Qubilai (“Figlio del Cielo” sì, ma che per la maggioranza dei suoi sudditi restava un tartaro, un conquistatore barbarico) interrogava i fratelli Polo giunti alla sua corte.

La Modernità europea, esplosa nel XVI secolo con la stagione delle grandi navigazioni oceaniche e delle conquiste che le sono tenute dietro (“navi e cannoni”, secondo la formula genialmente sintetica di Carlo Maria Cipolla), ha travolto i “compartimenti-stagni” che avevano fino ad allora tenute separate le differenti culture del pianeta. 
Ma l’”economia-mondo” e quindi la “globalizzazione”, che ne sono state l’effetto, hanno sì consentito l’appropriazione del mondo da parte degli occidentali, ma molto meno ne hanno consentito la sintesi culturale. Gli occidentali, padroni del mondo, hanno badato a comandare, a sfruttare, magari perfino a “civilizzare” e a “convertire” (seguendo cioè i loro cànoni e i loro interessi), ma – salvo esperienze élitarie e accademiche preziose certo, però minoritarie - non si sono mai granché curati di comprendere le culture assoggettate e considerate (sulla base di due preconcetti: quello della potenza militare e quello dello sviluppo tecnologico) magari ammirevoli e perfino degne d’innamoramento, tuttavia “inferiori”. 

I conquistati e dominati, viceversa, hanno in vario modo saputo esprimere dal loro interno aristocrazie sociali e intellettuali in grado di studiare e di comprendere, magari di ammirare (ma di ardo di amare) il conquistatore. E così, in modo differente, dalla metà dell’Ottocento si sono determinati forti movimenti di pensiero e di prassi tecnica vòlti non tanto e non solo a “imitare” gli europei, bensì a cogliere dall’interno i segreti della loro “superiorità” e a farli propri senza per questo rinunziare alla propria identità, alla propria “diversità”. Così in pieno Ottocento hanno imposto di fare al loro popolo gli imperatori giapponesi dell’epoca Mieji, creando una tipologia assolutamente originale fondata sulla compresenza della perfetta conformità esteriore ed ufficiale rispetto a un Occidente soprattutto americano e dello scrupoloso rispetto delle tradizioni nipponiche nella vita privata e intima. Così è avvenuto, in modi differenti, nel mondo arabo variamente influenzato – dalla spedizione del Bonaparte nel 1798 in poi – dalle culture francese, spagnola e inglese; nella storia della Turchia europeizzata dai sultani dell’Ottocento a Mustafà Kemal Atatürk; nelle vicende dell’Iran di Reza Shah. 

Così, e in modo speciale, nella Cina passata dalla sofferta supremazia occidentale dell’Ottocento alla febbre nazionale e occidentalista del Quomintang e quindi alla rivoluzione comunista e ai suoi esiti (che non rappresentano affatto una soluzione “postcomunista”). I cinesi colti hanno avuto a disposizione quasi due secoli – ai quali va aggiunta una complessa preistoria, quella del rapporto con la Compagnia di Gesù – per meditare sull’esempio civile e anche religioso costituito da Roma e sul fatto, in sé non razionalizzabile eppure forte della forza che hanno le cose che accadono, per cui l’universalismo imperiale centripeto dei “Figli del Cielo” e della cultura buddhistico-confuciana, gelosamente custodito nei secoli e per secoli ha dovuto alla resa dei conti cedere dinanzi agli esiti occidentali dell’altro universalismo, quello centrifugo giuridico-politico e cristiano, che attraverso la sua filiazione colonialistica e capitalistica si è imposto loro. 

Adesso, questi “nuovi occidentali” che hanno dismesso i loro lunghi abiti della tradizione e le casacche militari della rivoluzione maoista, si vestono come noi, studiano come noi, al pari di noi giocano in borsa e tentano la Grande Avventura della conquista. Gli strumenti non sono e forse non saranno mai militari: ma ne abbiamo già visti gli esiti in Africa e stiamo adesso vedendoli con il “Belt and Road Project” che, circondato dal sospetto americano e dall’allarme ancora coperto degli alti comandi Nato, sbarca oggi a Roma con il presidente Xi. Prima di lui, legioni di studenti sono venuti a Roma (non meno che a New York, a Londra, a Parigi, a Berlino, a Mosca), ad appropriarsi meglio della loro “nuova” cultura” occidentale; e noi, che della loro sappiamo troppo poco, non siamo nemmeno in grado di esprimere un giudizio plausibilmente fondato sul grado e l’intensità della conservazione o dell’abbandono o della modifica, in loro, di quella che è la loro cultura originaria. Loro parlano bene, talvolta benissimo, l’inglese, cioè l’attuale koiné diàlektos dell’Occidente. Noi, salvo rarissime eccezioni, conosciamo al massimo due o tre ideogrammi del loro idioma. Questo gap linguistico è la misura e al tempo stesso il simbolo d’un ben più grave gap culturale. È, diciamolo pure esplicitamente, una “sfida di civiltà” che dovremo affrettarci a raccogliere. Se non lo facessimo, i costi da pagare potrebbero essere altissimi.
 
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