Suprematisti e islamisti/ Il solo modo di fermare la ritorsione del terrore
di Alessandro Orsini
Gli spari di Utrecht hanno ottenuto grande visibilità mediatica perché sono avvenuti subito dopo la strage suprematista in Nuova Zelanda. L’aggressore ha fatto emergere una paura da tempo latente e cioè che possa innescarsi una guerra tra islamisti e suprematisti, con i primi che sparano sui cittadini occidentali e i secondi sui musulmani. È un sogno che i capi dell’Isis accarezzano da tempo. Dal momento che le loro capacità militari nelle città occidentali sono state pressoché azzerate, hanno dovuto fare ricorso ai lupi solitari, i quali presentano quasi tutti lo stesso profilo. 

Si tratta di sbandati o di piccoli criminali privi di addestramento e, pertanto, con una capacità offensiva molto limitata. Siccome i lupi solitari sono tutto ciò che i capi dell’Isis hanno, la loro moltiplicazione è diventata una priorità strategica. All’inizio, si era pensato che internet fosse sufficiente a creare lupi solitari. Tuttavia i video dell’Isis hanno ricevuto migliaia di visualizzazioni, ma non abbiamo avuto migliaia di attentati. Evidentemente, i processi di radicalizzazione sono un fenomeno più complesso e diventare un terrorista non è così semplice.
Poi abbiamo temuto il fenomeno dei foreign fighters che tornano nelle loro città dopo avere combattuto in Siria nelle fila dell’Isis. Il pericolo, finora, non si è manifestato perché, anche in questo caso, abbiamo scoperto che il fenomeno è più complesso.

Alcuni foreign fighters tornano delusi e non vogliono più saperne dell’Isis. Altri, invece, non hanno alcuna intenzione di farsi saltare in aria; altri ancora sono disposti a sparare contro i soldati di Bassar al Assad, ma non contro i propri concittadini. Infine, molti foreign fighters vengono arrestati dalla polizia al loro rientro. 
L’ultima speranza per i capi dell’Isis sembra essere il suprematismo, il cui progetto terroristico pare sia stato scritto da loro o, comunque, a loro vantaggio. L’idea dei terroristi suprematisti, così com’è esposta nel manifesto di Anders Breivik e nei discorsi maniacali dei suoi epigoni, è che bisogna realizzare un gran numero di stragi per innescare una reazione a catena che dovrebbe condurre a una guerra civile. 

Le cattive notizie per il terrorismo suprematista sono almeno due. La prima è che, trattandosi di un terrorismo fobico-ideologico, come lo abbiamo chiamato su queste pagine, i suoi adepti agiscono in preda a vere e proprie “allucinazioni ideologiche”, al punto che non riescono nemmeno a mettersi d’accordo su quale sarebbe il “responsabile” da punire e, quindi, il nemico da colpire. Il 27 ottobre 2018, il terrorista suprematista di nome Robert Bowers ha fatto irruzione in una sinagoga a Pittsburgh, in Pennsylvania, e ha sparato a raffica contro gli ebrei in preghiera: 11 morti e 7 feriti. Bowers sparava e inveiva contro gli ebrei, a cui attribuiva la responsabilità di tutti i mali del mondo. 

Il 15 marzo 2019, un altro terrorista suprematista, Brenton Tarrant, ha aperto il fuoco in una moschea di Christchurch, una cittadina della Nuova Zelanda, lasciando 50 musulmani senza vita. Anch’egli preda di gravi allucinazioni ideologiche, Tarrant urlava contro i musulmani, a cui attribuiva le stesse responsabilità che, quattro mesi prima, Bowers aveva attribuito agli ebrei. Per non parlare di Breivik che, il 22 luglio 2011, non sparò né contro i musulmani, né contro gli ebrei, bensì contro un gruppo di giovani militanti progressisti sull’isola di Utoya. I terroristi suprematisti non hanno nemmeno idea di quali siano le loro idee e questo ostacola ogni forma seria di reclutamento perché le idee confuse non creano organizzazioni coese. 

La seconda cattiva notizia per il terrorismo suprematista e, di conseguenza, anche per l’Isis, è che non può produrre la guerra civile tanto agognata perché i terroristi suprematisti vengono uccisi dalla polizia oppure condannati alle pene più severe una volta arrestati , compresa l’esecuzione capitale negli Stati Uniti. I processi di radicalizzazione che producono le vendette private diventano particolarmente impetuosi soprattutto quando lo Stato, che per sua natura dovrebbe essere imparziale, parteggia invece con i violenti.
In questi tragici casi, le vittime delle violenze iniziano allora a pensare che auto-organizzarsi sia l’unico modo per salvarsi. I musulmani si rendono conto, dunque, che la polizia spara contro i suprematisti e questo riduce gli incentivi ad auto-organizzarsi per salvarsi.

aorsini@luiss.it
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