Scusi, per Marte? A destra dopo gli Asteroidi - Missione Exomars: da Roma al Pianeta Rosso passando per Mosca e Baikonur
di Paolo Ricci Bitti
Con l'astronauta Paolo Nespoli sulla Piazza Rossa,
12 marzo 2016
dal nostro inviato
a Mosca e Baikonur


Missione Exomars

12 marzo 2016

COM'E' PICCOLO IL COSMO
Uno passeggia verso la Piazza Rossa e incontra un astronauta: com’è piccolo il cosmo. Dunque, questa volta l’imprescindibile cammino dall’hotel al Cremlino avviene a ridosso della mezzanotte in attesa del volo all’alba per Baikonur, da dove lunedì partirà la missione Exomars. Non si parla, nel gruppetto di cronisti imbacuccati per il gelo, del più e del meno: si parla solo di Marte, di pianeti, di viaggi spaziali. Si parla e si sogna pure un po’ a occhi aperti, tanto il tempo di dormire non ci sarà. Epperò si è fatto troppo tardi e il poliziotto al cancello sbarra il passo: dalle 24 in poi la Piazza Rossa deve essere deserta. Così ci si appresta a girare i tacchi mentre un tipo alto in giaccone blu esce da un altro varco a poca distanza senza vederci. Perdirindindina, ma quello lo conosco, è Paolo Nespoli, il quinto astronauta italiano ad andare in orbita e in addestramento per tornarvi nel 2017. “Macché – dicono i colleghi – impossibile, dai, a quest’ora poi”.
Una rincorsa di pochi metri e il sorriso dell’astronauta si spalanca. “Beh, cosa fate qui? Ah, sì, Exomars. Come va? Stavo facendo una passeggiata anch’io. Lo sapete che a pochi passi c’è un tondo nella pavimentazione che indica il centro della Russia Orientale? Dovete mettervi in piedi lì sopra a occhi chiusi e lanciare una monetina alle vostre spalle dopo aver espresso un desiderio”.
A Mosca di notte, sulla strada per Marte, capita di incontrare un astronauta.

CIAMPINO
Il secondo dei quattro aeroporti di Mosca, insomma, il Ciampino di Mosca, ha un nome bellissimo, Domodedovo, da dire in soffio: sembra scritto con lo xilofono, un jingle che suona ancora meglio cantato dai russi. E in cirillico, con tre triangoli e tre cerchi, è un logo magnifico.

VISTO PER UN CAPELLO
Il cosmodromo di Baikonur è in Kazakhstan, ma in realtà la base militare in cui nel 1961 con Gagarin è iniziata l’epopea spaziale dell’uomo e da dove decollerà Exomars, è enclave russa. A ogni modo per entrarvi serve un visto a ingresso multiplo che, appiccicato dal Consolato sul passaporto, è oggetto di meticolose ispezioni a ogni imbarco. Meticolose: roba che l’esame del passaporto in aeroporto dura anche cinque, sei, sette infiniti minuti, con ripetuti passaggi su scanner. E per ogni imbarco ci sono anche tre controlli. E altri tre all’atterraggio. Il problema - del tutto personale, sia chiaro - è costituito dai capelli. Non mancano, per fortuna, ma è che il taglio non convince mai i russi. E non da adesso, ma da un primo attraversamento del Check Point Charlie a Berlino nel 1989, quando ancora il muro doveva crollare. Allora i capelli erano corti nella foto sul passaporto mentre nella realtà erano un po’ più fluenti, e ci volle parecchio per convincerli che la persona era la stessa: bastava guardare, ad esempio, il caratteristico naso. Ventisette anni dopo, per la trasferta a Baikonur, l’opposto: i capelli sono corti nella realtà mentre nel passaporto (ora elettronico) risultano un po’ più lunghi: e anche qui il consulto tricologico è stato ed è approfondito a ogni controllo, con richieste di mettersi così e così in favore di luce. Prometto che la prossima volta adeguerò il taglio.

ITALY FIRST
Abituato da alcuni secoli agli scenari internazionali rugbystici in cui il ruolo dei cronisti italiani è – quasi sempre – molto ma molto marginale e oggetto persino di nemmeno nascoste derisioni e compatimenti e pacche sulle spalle che ricambieresti con un gancio destro, bisogna dire che Exomars è una potente botta di orgoglio. Qua tra Mosca e Baikonur ci sono frotte di giornalisti di tutta Europa, compresi gli inglesi e i francesi che quando hanno la palla ovale in mano ci irridono senza pietà. Invece il ruolo di leader dell’Italia nella missione marziana (made in Italy appunto per il 36 %) ci mette di rigore davanti a tutti gli altri colleghi che anzi fanno domande, cercano dettagli, esprimono commenti lusinghieri. Grazie, grazie, confratelli, chiedete pure.

13 marzo 2016

TRASPORTI/TAXI
Alla reception dell’Hotel Tsentralnaya in piazza Lenin, va da sé centralissima, a Baikonur, Kazakhstan.
“(in inglese, scandendo adagio) Buon pomeriggio, per cortesia avrei urgente bisogno di un taxi per andare all’hotel Sputnik al convegno sulla missione Exomars. (a parte Lenin e Stalin qui tutti gli altri nomi di strade, alberghi e scuole sono a tema spaziale)”.
Risposta delle tre receptionist, con età a scalare.
La più giovane: un sorriso
La quarantenne: un sorriso
La sessantenne: un sorriso
Ripeto la domanda aggiungendo ampi gesti e modi da mimo.
Sempre tre sorrisi. Cortesissimi.
Ripeto la frase riducendola a tre parole, credo universali: “Taxi-hotel-Sputnik”.
Niente da fare, sempre e solo sorrisi e sguardi interrogativi.
Per quanto mi sembri sommamente idiota scrivo sul cellulare “taxi” per farlo tradurre in cirillico, ovvero такси.
Macché, nemmeno questo serve a qualcosa.
Disperato sto per rassegnarmi a una corsa di sette chilometri quando entra nella hall un giovane del luogo: miracolo, parla inglese e traduce finalmente la mia complicata richiesta alle tre dietro il banco.
La sessantenne chiama qualcuno al telefono e comunica qualcosa al provvidenziale giovane bilingue. No, non è il numero del taxi, ma – mi viene spiegato - si è trattato di una telefonata esplorativa che fra qualche minuto potrebbe sortire qualche effetto.
Quanti minuti, maledizione?
L’interprete allarga le braccia.
I minuti si rivelano dieci. A gesti mi viene detto di andare ad aspettare il taxi dentro a un negozio-emporio stile anni 60 dall’altro lato della piazza: mi viene anche consegnato un ritaglio di pagina di quaderno a quadretti con scritto Opel 661 e la cifra 65 che indica il prezzo della corsa in rubli (poco meno di due euro).
Entro circospetto nel negozio e sventolo il foglietto: non l’avessi mai fatto. Tre matrone con vocioni possenti mi trascinano in strada facendomi capire che i loro mariti possono subito sostituire il taxi chiamato dall’hotel.
Oppongo strenua resistenza, ma i minuti passano e Opel 661 non si vede. Le matrone insistono con effettiva gentilezza, per quanto un tantino oppressiva.
Finalmente un’Opel Ascona di metà degli anni Settanta e pronta per la demolizione scarabattola davanti al negozio. Nessun segno, ma proprio nemmeno uno, che si tratti di un taxi.
Mi ci butto dentro affidando il biglietto al conducente di anni settanta (non “degli anni Settanta”) che, azzardandosi a inserire al più la terza marcia in viali rettilinei come una pista per aerei, mi porta caracollando a destinazione. Inutile ricordare che non comprende una parola d’inglese e che non si è impressionato davanti alla mia nuova prestazione da mimo per indicare che ero in forte ritardo e che ci sarebbe anche potuta scappare una mancia.
Infine ecco l’hotel Sputnik. E non mi pare il caso di chiedere la ricevuta mentre mi tuffo dal “taxi”.
Entro di corsa nella hall, salvo.
Non c’è un’anima, a parte altre tre ieratiche receptionist.
Il convegno era stato spostato all’hotel Baikonur, chissà dov’è. Mi faro spedire gli atti.

TRASPORTI/L'AEROPORTO CRAINLY
Chi c’era stato pochi anni fa dice che è stato enormemente abbellito rispetto al capannone di lamiera degli anni di Gagarin, e in effetti la struttura che riserva all’area unica “arrivi e partenze” circa 90 metri quadrati è certo decorosa. Unico il nastro per i bagagli. Ben due le postazioni per i controlli dei documenti. Ecco lo scalo Krainiy di Baikonur che serve lo spazio-porto più importante del mondo, l’unico da anni in grado di mandare in orbita gli astronauti dopo che gli Stati Uniti hanno dismesso gli Shuttle.
Meticolosi, come è giusto, i controlli. Forse c’era il duty free, ma non l’ho visto. Coerenti le divise verdi marziano dei militari addetti alla sicurezza. Personale invero molto gentile anche mentre ricorda che, come in tutti gli aeroporti, non si possono scattare fotografie.
Poi si esce per raggiungere il pullman dell’Agenzia spaziale europea e ci si inchioda nella piazzola. Dall’aereo si era intuito, ma da terra fa tutto un altro effetto. Ci si gira attorno una volta, due volte: la vertigine del nulla, non c’è nulla fino a dove spazia la vista, in queste condizioni di cielo terso, insomma, fino a 10 chilometri. C’è il piccolo parallelepipedo dell’edificio. C’è il jet Sukhoi che ci ha portato da mosca con relativa scaletta e bus navetta. Poi da elencare resta solo il pullman che ci attende. Non un cartello "Taxi", non un'insegna pubblicitaria, niente di niente. Tutto attorno solo e soltanto steppa marrone senza neppure un filo d’erba o una minima asperità. Si aguzza la vista mentre il vento gelido spazza il viso, ma inutilmente: non c’è proprio nient’altro, come si nota anche da googlemap restringendo e restringendo ancora l’immagine sullo schermo del pc.
Che essenzialità.


14 marzo 2016

L’ANELLO
Il suo anello d’oro con cameo di lacca nera e teschio alato bianco grande come una mezza noce infilato al dito medio della tozza mano sinistra manda lampi che non si sa bene come interpretare quando il massiccio addetto alla sicurezza della rampa della Soyuz nel cosmodromo di Baikonur  prende il comando della comitiva di cronisti.
Non erano state impartite disposizioni particolari e così il primo di noi – un francese - che scatta senza malizia una foto con il cellulare viene incenerito da un “Niet” che riecheggia ancora nella steppa kazaka battuta dal vento: del resto mica si può scherzare con quell’anello (un vezzo? l’adesione a un gruppo dopolavoristico? il segno di appartenenza a una misteriosa confraternita? ) .

Quando si potranno fare foto ci verrà detto, per adesso passi lunghi in silenzio mentre ci avviciniamo alla colossale rampa che è una delle glorie del cosmodromo russo fondato in gran segreto nel 1955. Da quella rampa sono stati lanciati qualcosa come 502 razzi Soyuz e l’addetto con anello intimidatorio indica con giustificato orgoglio le 5 stelle rosse dipinte su un pilone: una ogni 100 lanci. Detto che nel cosmodromo ci sono almeno altri sei rampe di lancio, si può immaginare il via vai di razzi da questo spazioporto, il più frequentato della Terra. Finalmente arriva l’ok per le foto, ma bisogna fare in fretta. E guai a riprendere, sulla via del ritorno al pullman, una leziosa facciata con archi e balaustra costruita con legno di recupero su una delle casematte nei pressi della rampa. Peccato, era l’unica cosa non sovieticamente imponente vista durante l’escursione.

PASSATO E FUTURO
Per quanto i colleghi veterani ti abbiamo catechizzato, il cosmodromo russo ora in territorio del Kazakhstan resta una botta di adrenalina che richiede parecchio tempo per essere assorbita. Dunque, da qui i russi hanno vinto numerose sfide con gli Stati Uniti, e quindi con il Mondo, nella corsa allo spazio e tutt’ora vantano primati e prerogative irraggiungibili dagli ex rivali. Ad esempio, senza le loro Soyuz non si potrebbero più mandare umani sulla stazione spaziale internazionale perché gli americani hanno dismesso gli shuttle. Quindi il cosmodromo di Baikonur è senza dubbio potentemente proiettato nel futuro. Al tempo stesso, misurandolo con i propri passi, si è alle prese di continuo con un viaggio nel passato. L’impressione al limite della certezza è che dal 1955 a oggi sia cambiato ben poco. Edifici, strade, tecnologie sembrano immobili da decenni, coperti dalla polvere della steppa sollevata di continuo dal vento. Strutture di mattoni rossi sbiaditi, tetti di lamiera, infissi di legno in inutile attesa di una mano di copale, strade di raccordo con tracce di remote asfaltature. Una base di lancio occidentale, ad esempio quella francese a Kourou, pur in mezzo alla giungla amazzonica nella Guyana, sembra distante qualche anno luce. Eppure la percentuale di successi di questo cosmodromo è eccezionale, così come la sua convenienza economica in fatto di lanciatori. “Tutto ciò che non c’è non si può rompere”, sosteneva l’americano Ford, quello delle auto che non sapeva quanto sarebbe stato ascoltato dall’altra parte del mondo.

 


GAGARIN
Campeggia un ritratto del leader Lenin nel salotto di casa Gagarin, una casetta di legno che il lupo spazzerebbe via con un sospiro. Il primo uomo che sarebbe andato nello spazio si era rotto le scatole di perdere tre ore in auto ogni volta che doveva raggiungere o lasciare il cosmodromo e così gli venne costruito quell’alloggio a dir poco spartano. Sì, la toilette è interna, ma è così piccola e scarna che non dev’essere stata un luogo di grande ispirazione.

MINUSCOLO SPUTNIK
Ti gira la testa quando lo avvisti in fondo al salone principale del museo del cosmodromo: ecco lì lo Sputnik, il primo viaggiatore in orbita, correva l’anno 1957 e agli americani, battuti sul filo di lana, venne una sincope. Per chi è appassionato del tema, lo Sputnik è la Genesi, l’Alfa, il principio del tutto. Eppure, quando finalmente ce lo si trova davanti, fa tenerezza: è una palla d’acciao lucido del diametro di 58 cm, grande insomma come quei palloni gonfiabili che si usano in spiaggia. Poi ci sono le 4 antenne esili esili di poco più di 2 metri che trasmisero il primo segnale radio dallo spazio. Il modello esposto è il fratello gemello costruito insieme allo Sputnik entrato in orbita per stupire il mondo e ringraziato con una cremazione al rientro. Di quell’eroico pioniere non restano che l’anima cosmica e la registrazione di quei bip bip che commossero il mondo.

PICCOLA SOYUZ
Sempre a vedere le cose dal vivo non mancano mai le sorprese: nel museo del cosmodromo c’è naturalmente la navicella Sojuz. Quando estraggono gli astronauti dalla capsula di rientro atterrata nello steppa sembra sempre che si tratti di un veicolo estremante compatto. No, dal vivo, è proprio minuscolo: esattamente come le nostre campane per il riciclaggio delle bottiglie di vetro. Davvero i tre componenti dell’equipaggio diventano sardine in scatola, con il brivido di avere la schiena a pochi centimetri dallo scudo termico che nell’attraversamento dell’atmosfera si arroventa fino a superare i 2mila gradi centigradi.
“Ogni volta – raccontava l’astronauta Paolo Nespoli, un metro e 90 centimetri, mentre si seguiva insieme a Mosca la prima parte del viaggio della sonda Exomars – che devo infilarmi là dentro mi tocca trasformarmi in un contorsionista, altro che astronauta degli spazi infiniti”.

GRANDE BURAN
Accidente che bestione. E’ solo di recente che all’esterno del museo del cosmodromo di Baikonur è stato piazzato il modello di un mastodontico e raro Buran (tempesta), la risposta russa allo Shuttle. E si può anche andare dentro al velivolone e prendere i comandi dello spazioplano dalle ali a delta lungo 36 metri e largo 23 . Che pacchia. Ancora  una volta colpisce la semplicità arcaica della strumentazione, della cloche e dalla pedaliera che azionano banalmente i cavi dei servocomandi. Tutto qui per andare e tornare dallo spazio sul filo del 28mila kmh? Quella del Buran è tuttavia una storia jellata al limite della maledizione: ne volò solo uno, nel 1988, e senza equipaggio, ma poi tutto naufragò perché ormai si stava chiudendo il capitolo dell’Urss. Anzi, pare che il mostruoso costo del progetto contribuì a dare il colpo di grazia al già disastrato bilancio della potenza che di lì a poco si sarebbe sfaldata. Così fa una certa impressione far finta di pilotare lo spazioplano protagonista di una vicenda inutile costata 16 miliardi di rubli e che coinvolse 1200 aziende e un milione di tecnici.

DIO
In una sala del museo c’è spazio anche per un quadro dedicato al volto Gesù in stile ortodosso, poi ci sono altri oggetti di carattere religioso appartenuti ai cosmonauti o agli astronauti. Il pope, del resto, compare sempre con tanto di croce da imporre sulla fronte degli astronauti-cosmonauti in partenza.

NON CI CREDO, MA NON SI SA MAI
C’è insomma, in questo mondo, un po' di spazio per la la fede religiosa, ma forse per puntellare ulteriormente la tecnologia vintage, i russi ripetono a ogni lancio con maniacale precisione tutto quello che accadde il 12 aprile 1961 con Yuri Gagarin: visione dello stesso film mattone, firma della porta, benedizione del Pope, saluti alla folla. Il rito prevede anche che si faccia la pipì su una ruota del bus navetta (sempre quello) che porta l’equipaggio alla rampa di lancio. Con Exomars non c’erano umani da mandare nello spazio e così è stata respinta la proposta della comitiva europea di rispettare comunque il copione fino in fondo: era già stato individuato il candidato pronto a vincere, in nome della scienza, il comune senso del pudore. E del ridicolo. Il prossimo anno toccherà comunque a Nespoli.

L’ALBERO DI PARMITANO
Nel cosmodromo c’è anche il suggestivo viale, con affaccio finale al nulla ipnotico della steppa, allestito con gli alberi piantati dai cosmonauti-astronauti alla vigilia della missione. Betulle e acacie, in genere. E ogni gruppo di cronisti si lancia alla ricerca di quelli dei propri connazionali: ecco quello di Nespoli, quello di Vittori, quello, esilissimo, della Cristoforetti che avrebbe bisogno di una sarchiatura con relativa concimazione e ausilio di una canna per non piegarsi. Ma quello di Parmitano dov’è? Mistero, gira e rigira nemmeno le guide russe lo trovano. Poi viene detto che la pianta c’è, ma non si riesce a stabilire qual è perché la targa è in manutenzione. Speriamo bene, caro Luca.

DROMEDARIO+RAZZO=GADGET
Sia in città (territorio del Kazakhstan) sia nel cosmodromo (territorio russo) il gadegt più diffuso è quello che abbina il dromedario al razzo. Placche calamitate, piatti, tazze, spille: sempre ‘sto dromedario con i razzi in partenza. Inutile chiedere spiegazioni, inutile chiedere alternative: o questa accoppiata o nulla. Il negozio del museo, sprovvisto di quello che sarebbe più richiesto (felpe e t-shirt, quantunque abbiamo il loro caldo fascino le babbucce di pelo di dromedario) propone tuttavia bei taccuini  tipo moleskine con elegante scritta “Cosmodrome Baikonur”. Perfetti per scampare al dromedario. Poi però già nella prima pagina interna c’è scritto qualcosa difficile da immaginare: “made in Italy”. Vabbeh, almeno speriamo che non siano commercializzati in Italia anche perché qui costano esattamente un terzo.

CESTINI
A Baikonur-città tutti, ma proprio tutti gli edifici pubblici sono dotati di cestini per l’immondizia a forma di razzo. Sbucano ovunque, immancabili. Una bella idea. Devono essere imitazioni quelli acquistabili on line a partire da 180 euro.

15 marzo 2016

FUSI ORARI
Si parte alle 18 da Baikonur, poco dopo aver assistito al lancio di Exomars, e si arriva ugualmente alle 18 a Mosca, magica meraviglia dei fusi orari che peraltro lasciano discreti tempi per i lavoro dei cronisti, avvantaggiati nella capitale di russa da due ore di anticipo rispetto all’orario italiano. Epperò in questo modo il giorno e la notte si dilatano ben oltre le 24 ore e dopo il ritorno dal lift off  si è già al quarto giorno a spasso tra i fusi, su da un aereo, giù da un altro, con camere d’hotel che girano vorticosamente davanti agli occhi, pochissimo tempo per dormire se non quando ci si accascia sul sedile di un bus o di velivolo. Così, in questo frullatore letteralmente spazio-temporale, non c’è stato da stupirsi che proprio la veterana del gruppo, quella a cui tutti ci rivolgiamo per i quesiti più difficili ottenendo sempre cortesi e precise risposte, a un certo momento stesse per inoltrare un dispaccio datato (ovvero, in gergo giornalistico, scritto)  da una località sognata più che effettivamente frequentata: Marte. Sì, Marte e non “Mosca” (dove in quel momento ci trovavamo) o “Baikonur”. E’ stata lei stessa ad accorgersene all’ultimo momento prima dell’invio, ma non sarebbe stato così grave se in rete fosse davvero finita quella notizia perché altro non sarebbe stato che la prova della sua passione per il mestiere.

E IL RUGBY?
Incautamente qualche collega aveva detto: “Vediamo se se riesci a infilare il rugby anche su Exomars”. Su Exomars ancora no, ma giusto Yuri Gagarin, grande appassionato di palla ovale, aiutò a metà degli anni Sessanta l’amico pilota collaudatore Vladimir Ilyushin, figlio dell’ingegner Sergei, pilastro dell’aeronautica russa, a fondare la federugby dell’Unione sovietica. E il rugby, come voleva Gagarin, è tutt’ora lo sport principale dell’Accademia aeronautica di Mosca fucina di tanti cosmonauti.


TSUP, LA SALA CONTROLLO
Condannata da un nome che suona assai peggio di Houston e meno citata dalla filmografia spaziale occidentale, la sala di controllo TsUp dell’agenzia russa Roscomos è tuttavia protagonista di una storia di ben più lungo corso.
Da quando venne trasferita qui da Baikonur negli anni Sessanta non è più cambiata e già questo contribuisce a darle parecchio fascino rispetto a quelle americane, molto meno vintage e spesso smantellate e ricostruite altrove. “Qui” sta per la sede di Energia, ovvero l’industria spaziale russa che costruisce appunto quasi tutto quello che di russo va fra le stelle: famosi i corridoi lunghissimi dalle pareti dorate in cui anche se si è soli non se ne ha mai la certezza, anzi. Ad ogni modo, in attesa del segnale del tutto ok da Exomars, la truppa internazionale dei cronisti è stata piazzata in un anonimo stanzone con un piccolo e tremolante schermo.
A un certo momento i colleghi russi sono spariti d’incanto e allora una dei dirigenti di Roscomos ha detto al resto del gruppo di proseguire in quel tal corridoio e di svoltare la seconda a destra.
Beh, uno apre la porta senza alcuna insegna e si trova sulla balconata della TsUp, la sala controllo entrata nel mito. Non si fa così, è una visione che va preparata, mica ti puoi trovare quasi per caso in un posto così.
Luce fioca, lassù in alto nel loggione riservato alle troupe, e sotto di te, senza alcuna separazione, lo schieramento vastissimo di tecnici ai computer davanti alla parete enorme tutta coperta di schermi di varie dimensioni e non proprio ad altissima definizione. E’ proprio come la si è vista nei film e nei documentari. Ci si metterebbe anche a sedere per l’emozione, ma non si può perché nel frattempo lo spazio per la stampa è pieno come un uovo. Intanto, però, il silenzio è assoluto e non si capisce il perché, poi scoppia un primo applauso e la tensione si rompe: finalmente è arrivato il segnale dalla sonda che attesta che il viaggio è effettivamente iniziato come previsto. Solo che quel “bip” doveva arrivare a mezzanotte e 28 minuti (le 22.28 in Italia) e la lancetta dei secondi aveva completato il giro senza che fosse arrivato nulla. Una paura fottuta, poi sugli schermi tv si sono visti esultare i tecnici dell’Esa di Grandstadt e quindi il segnale è rimbalzato finalmente anche alla TsUp. Evviva, evviva ma in queste circostanze i secondi durano ore. E a riprendersi, visto che le scorte di adrenalina sono finite da un pezzo, serve pure un po’ di tempo.

PUTIN
Proprio in un clima di grande sollievo e oggettiva rilassatezza, nella notte russa è subito iniziata, in una sala alle spalle della TsUp, la conferenza stampa finale di questa prima parte della missione: ci saranno state venti troupe televisive solo della Russia. Un pienone. Dichiarazioni con misurata quanto orgogliosa soddisfazione di Jan Woerner, dell’Esa e sulla stessa linea discreta si tiene Igor Komarov, capo di Exomars.
“Però adesso chiedo la la vostra attenzione – dice a sorpresa il russo alzandosi in piedi – per un annuncio ufficiale molto importante”.
Il brusio nella sala cessa all’istante, anche perché la stessa brillante interprete dal russo all’inglese ha impostato la voce su toni solenni.
“Devo dirvi – continua allora stentoreo Komarov, scandendo le parole una a una – una cosa da parte del presidente Vladimir Putin”.
La temperatura nella sala, in pratica una rovente sauna dovuta alla ressa, passa immediatamente, chissà grazie a quale impianto condizionante, a meno 40 gradi. Silenzio cosmico. Muscoli contratti, visi tirati. Tutti immobili. Noi non russi ci guardiamo l’un l’altro attoniti stando attenti a non fiatare mentre nella testa di ognuno scorre tutto lo scenario internazionale e le sue drammatiche complicazioni.
“Devo dirvi – prosegue Komarov al ritmo di un vocabolo al minuto – che il presidente Putin...”
Ormai quella sala è come quelle camere sotterranee in Cina dove venne trovato l’esercito di terracotta.
“… che il presidente Putin ha conferito la medaglia d’onore a Sergei Savelev, responsabile tecnico di Roscomos e che sono stato incaricato di consegnargliela adesso”.
L’uffffffffff rilassatorio generale nella sala in cui si riprende a respirare è stato questa volta captato anche dalla sonda Exomars.
Si fa avanti il neodecorato che si inchina e riceve l’onoreficenza. Applausi.

KRIKALEV
La notte a Mosca è ancora piccolissima e fa niente se la nostra giornata è passata ormai da 24 a 48 ore, ma in questi casi è magnifico ballare. Sempre a ridosso della TsUp si apre una sala per un ricevimento, tavole imbandite, non si lesina sulla vodka proposta a fianco del Chianti Doc. Un festone, finalmente. Tra i più richiesti per selfie e autografi Paolo Nespoli. Poi la folla si apre e appare Sergei Krikalev, il cosmonauta eroe di tutte le Russie. Ha 57 anni portati benissimo e assomiglia un po’ a 007 Daniel Craig, più alto, più brizzolato. Il carisma è oggettivamente stellare, magnetico.
Alle croniste, non solo quelle italiane, vanno di traverso le tartine e i sorsi di vodka, ma lui, evidentemente consapevole dell’appeal dell’eroe, allaccia una lunga conversazione con una signora molto elegante che potrebbe tuttavia essere sua nonna.   Le croniste non resistono, si avvicinano passo dopo passo, ma Krikalev e la signora continuano il serrato dialogo. Molto alla fine, circondato, il cosmonauta dei cosmonauti si concede. Alle croniste prossime alle svenimento sorrisi e mani nelle mani con molta affettuosa tenerezza, al cronista una stretta di mano che fa scricchiolare con un crepitio quindici tra falangi, falangine e falangette e numerose ossa del metacarpo. La robusta controstretta avviata in extremis evita fratture, ma accidenti che forza, Krikalev.

P.S. Fra il 1991 e il 1992 Krikalev si trovava sulla stazione spaziale Mir dell’Unione sovietica  quando l’Urss collassò rendendo impossibile allestire nei tempi previsti il rientro a Baikonur. L’ultimo cittadino sovietico fu costretto così, fra non poche difficoltà e inimmaginabili angosce, a restare in orbita 311 giorni. Quando finalmente atterrò era diventato un cittadino russo. Insignito delle massime onoreficenze, Krikalev ha solo da poco perso il record di maggior permanenza nello spazio dove ha ha trascorso complessivamente 803 giorni, guadagnando fra l’altro, secondo la teoria della Relatività, due millesimi di secondo.

PP.SS. Krikalev, certo molto suo malgrado, impersonifica inoltre un rarissimo caso di personaggio la cui epopea venne anticipata da una trasmissione radio. Fra il 1970 e il 1976 l’inarrivabile Mario Marenco, durante l’inimitabile Alto Gradimento, con grande successo raccontò dalla sede Rai di via Asiago le indimenticabili disavventure di un astronauta spagnolo: “Aqui, comandante Raimundo Navarro da bordo dell’astronave Paloma Seconda. Ocio anos nell’espacio, aiuto, cornudones, fatemi tornare a Terra”.

ACCROCCHI SPAZIALI
L’esile filo elettricolo penzola pericolosamente nel vuoto (cosmico)  trattenuto da un po’ di nastro adesivo. Il pannello solare non si ribalta solo perché una fettuccia di tela lo vincola alla sonda. Il polistirolo che fodera il serbatoio sembra sfarinarsi. Le ruote del rover assomigliano, anzi sono quelle a raggi dei carrettini per lanciarsi lungo le discese. Accipicchia che effetto fa potere vedere da vicino, addirittura toccare e persino azionare parti di satelliti, sonde orbitanti, lander e rover che hanno raggiunto la Luna e Marte. La visita al museo della storica azienda moscovita Lavochkin (coinvolta anche in Exomars) lascia ancora una volta storditi, intrappolati nelle onde gravitazionali che alterano il concetto di tempo tra passato e futuro.
Questi meravigliosi oggetti, da quelli piccoli come un tagliaerba a mano a quelli grandi come un furgone, modelli identici a quelli che hanno viaggiato nello spazio, sono atterrati sulla Luna o su Marte o vi hanno orbitato attorno, hanno prelevato campioni di terreno alieno perforandolo con potenti trivelle e – meraviglioso – hanno persino riportato quei campioni sulla Terra senza che fossero necessari astronauti pendolari. Sono oggetti che hanno sì anche una quarantina d’anni e va bene che nel frattempo la tecnologia galoppa, ma quando li vedevamo nelle foto sui giornali o nei documentari in tv queste sonde, questi rover, queste antenne coniche sembravano in tutto e per tutto protagonisti della fantascienza. Invece ti avvicini, magari pensando all’avveniristica piccola Houston di Torino dove è stato realizzato il lander Schiaparelli, e molti di questi accrocchi della corsa russa allo spazio ti ricordano piuttosto quando sacramenti afferrando la cassetta degli attrezzi perché la caldaia è andata in blocco. O quando devi smontare il pannello della lavatrice perché si è intasato qualche tubo.
Davvero è immediato provare un’enorme ammirazione per questi ingegneri, per questi tecnici russi che hanno fatto viaggiare le loro creature nello spazio con acume e intelligenza tali da compensare quel poco più del gioco del meccano che la tecnologia metteva loro a disposizione.

(Fine)
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